LEANDRO PAREDES

di Federico Ghezzi

Leandro Paredes, nato a San Justo nella Gran Buenos Aires, arrivò al Boca Juniors a soli otto anni. 
La caliente, mitica Bombonera, lo vide esordire a soli 17 anni, a fine 2011, e proprio al Boca, Leandro si affermò l’anno successivo, stagione 2012-2013, con una grande temporada, arricchita da venti presenze e dai primi gol in carriera (quattro).
Allora, prima di arrivare alla Roma a gennaio 2014, era già stato designato come proprio erede dal carismatico diez del Boca, il leader del gioco, Juan Roman Riquelme.
Enfant Prodige, lo avrebbero definito a Parigi, dove gioca ora, dal 2019 (33 presenze, 1 gol), alla ricerca della definitiva consacrazione, dopo i due anni a San Pietroburgo con lo Zenit. Proprio dallo Zenit, Leandro arrivò dalla Roma, a inizio estate del 2017.
Un mese prima, Leandro era al centro del campo insieme a tutti i giocatori della rosa nel giorno dell’addio di Francesco Totti, quel memorabile giorno di lacrime e commozione per tutta la tifoseria giallorossa ma non solo, per tutti gli sportivi, anche se è meglio dire per tutti.
Perotti aveva risolto l’ultima palpitante partita con il Genoa all’ultimo respiro, Leandro era rimasto in panchina, la Roma aveva vinto e conquistato la Champions, senza il rischio degli spareggi estivi, dolorosi l’estate prima con il Porto.
Il nuovo direttore sportivo giallorosso, lo spagnolo Monchi, lo lasciò partire per esigenze di bilancio insieme a Salah e Rudiger, per risolvere in tempo, le esigenze di bilancio e di Financial Fair Play e per comporre con nuovi acquisti la nuova rosa (al suo posto arrivò Gonalons), che con Eusebio Di Francesco, al primo anno di allenatore arrivò alla Semifinale di Champions League e al terzo posto in campionato.
Leandro era arrivato in Italia dal Boca, nel periodo di Walter Sabatini come Direttore Sportivo. Era un momento di grande entusiasmo per l’ambiente Roma, alla terza stagione della nuova società dei presidenti Di Benedetto e Pallotta, dopo due anni altalenanti, senza qualificazione per l’Europa.
La prima Roma di Rudi Garcia, nonostante le cessioni estive di Marquinhos, Lamela e Osvaldo, aveva in rosa finalmente un mix di giocatori di qualità ed esperienza da affiancare a Totti e De Rossi, insieme a giocatori di grande prospettiva. Maicon, De Sanctis, Benatia, un giovane e così autorevole Strootman, insieme al funambolo Gervinho, si stavano esaltando insieme a Totti, De Rossi, Florenzi, e tra gli altri, ai confermati Castan e Pjanic.
Era appena arrivato Radja Nainggolan, ma la società cercava e acquisiva costantemente giovani talenti, e sembrava davvero possibile che la competitività della squadra potesse consolidarsi grazie a queste operazioni.
Leandro ha quindi vestito per la prima volta la maglia giallorossa, la numero 32, nel 2014-2015, facendo le prime esperienze (10 presenze con 1 gol a Cagliari, 3 presenze nelle Coppe) ma trovando poco spazio, vista la concorrenza di grandi e più esperti giocatori a centrocampo. 
Così l’anno dopo, Leandro andò a giocare da titolare all’Empoli in serie A, con Marco Giampaolo allenatore (33 presenze, 2 gol), affermandosi con un rendimento continuo anche in Italia, e meritando un ritorno a Roma in coincidenza con la partenza di Pjanic nel calciomercato estivo.
Nel 2016-2017, in quella ultima stagione giallorossa, con allenatore Luciano Spalletti, indossò la casacca numero 5, il cinco di un altro suo grande idolo, Fernando Redondo: 27 presenze, tre gol tutti all’Olimpico in Campionato in tre partite diverse (contro Palermo, Torino, Sassuolo) nell’anno del record di punti in campionato.
Era cresciuto Leandro, era più continuo, eppure Spalletti non gli consegnò mai definitivamente un posto da titolare. 
in ogni caso, nelle due stagioni alla Roma la squadra conseguì due secondi posti.
Leandro ci ha offerto la sensazione di un talento puro, tocco, lancio e tiro, che avrebbe potuto esaltarsi abbinando alle indiscutibili doti tecniche, ulteriori progressi sotto il profilo della determinazione, della corsa, nel gioco senza palla, per gli inserimenti e per l’interdizione.
Da allora, dal 2017, dai suoi 23 anni, ha collezionato ventiquattro presenze, marcando tre reti, con la nazionale albiceleste, partecipando al mondiale in Russia.
“Un giorno mi piacerebbe tornare a Roma” ha detto in un’intervista, quando era allo Zenit (in totale 61 presenze, 10 gol, di cui 7 in campionato).
A Riquelme e Redondo, il diez e il cinco, ha affiancato Totti, come suo riferimento, come campione e come uomo, che ha salutato al centro del campo nell’ultima partita con il Genoa del 28 maggio 2017.
Oggi, ripensiamo a un ragazzo tranquillo, mai fuori posto, elegante, tecnico, con grandi potenzialità; a due secondi posti, a un giorno memorabile del diez della nostra Storia, al suo pensiero di tornare, magari con cinco: tanti auguri Leandro!